Attività giovanile:

perché il bambino non è un piccolo uomo?

 La prima infanzia rimane un periodo fondamentale per tutte le forme di apprendimento. Questo breve documento esamina l'attuale ricerca teorica che ci ha portato a chiarire l'interesse e la legittimità di una pratica sportiva e il suo apprendimento nei bambini piccoli, come parte del loro sviluppo generale e più particolarmente fisico e psicomotorio, basato sui dati effettivi dei bambini nelle diverse attività.  

LEGGI L'ARTICO COMPLETO

Dopo una estate caratterizzata dalla non ancora risolta problematica pandemica, dai grandi successi sportivi della Nazionale di calcio, dalle cinque medaglie d’oro conquistate dall’atletica italiana alle Olimpiadi di Tokio, la ripresa dell’attività di allenamento e di gara ci impone di ri-partire con il “piede giusto”.

Il riavvicinarsi alla palestra e al campo, riappropriarsi, poco alla volta delle sensazioni indotte dall’allenamento, contribuisce a ri-esplorare movimenti e gesti che abbiamo lasciato sospeso per diverso tempo.

Questo breve documento vuole essere un invito ad “ascoltare” non solo casualmente le indicazioni che provengono dal nostro corpo, per ri-partire in sicurezza e con entusiasmo ma un consiglio ad affrontare, per ogni fascia di età, con correttezza, in modo appropriato qualunque tipo di attività sportiva.

 

 

Partire con il piede giusto

Il corretto utilizzo del piede è uno degli elementi più importanti in funzione della prestazione

 

 

 

Gli atleti subiscono spesso traumi importanti perché cercano costantemente di ottenere il massimo dal loro corpo.

Poiché gli infortuni possono alterare drasticamente l'allenamento e influire sulle prestazioni, diventa importante riconoscere i fattori che possono contribuire agli infortuni derivanti da una pratica sportiva impropria. Questi fattori possono includere: affaticamento fisico o mentale, scarsa tecnica o posture inadeguate, numero eccessivo di ripetizioni, (quantità) ritmi eccessivi (intensità) e biomeccanica del gesto scorretta.

Il mancato allineamento dei segmenti negli arti inferiori può portare a squilibri di natura meccanica, con conseguenti lesioni derivanti da movimenti scorretti. Se questi problemi di allineamento non vengono corretti, il problema può peggiorare e portare a lesioni ancora più gravi. È importante correggere la causa di questi squilibri e non solo i sintomi alfine di evitare problematiche muscolari derivanti da atteggiamenti scorretti.

La biomeccanica è lo studio della meccanica del corpo e più specificamente delle forze esercitate dai muscoli e dalla gravità sullo scheletro. Il piede costituisce uno dei principali elementi da considerare. Assicurare una corretta funzione del piede, favorisce un corretto allineamento e rafforza la componente tecnica.

 

Tieni sempre in considerazione la posizione del piede

Il piede e la caviglia umani sono composte da 28 ossa e 55 articolazioni che agiscono in modo sincrono per consentire una varietà di movimenti durante le diverse andature. Il piede può eseguire molti movimenti attraverso interazioni complesse e delicatamente bilanciate tra articolazioni e i tessuti molli che le circondano. Pertanto, la posizione del piede dovrebbe essere sempre presa in considerazione quando si studiano le componenti biomeccaniche che influenzano l'allenamento.

I problemi di mal funzionamento del piede sono spesso il risultato di un piede piatto, un piede che si inclina (pronazione/supinazione) o ruota verso l'interno e non assorbe correttamente il peso del corpo. Nei casi estremi causati sia da una predisposizione genetica o in seguito a lesioni, gli atleti sono spesso predisposti a lesioni derivanti da un uso eccessivo, come la sindrome da stress tibiale, sindrome della bandelletta, tendinite al tendine d'Achille, dolore al tallone e alla rotula.

Il tipo di sport e le specifiche richieste poste all'atleta possono aggravare qualsiasi debolezza biomeccanica ed esacerbare le predisposizioni. Quando si tratta di attrezzature, i fattori esterni che influenzano la biomeccanica includono calzature poco aderenti o usurate. Quando si tratta di allenamento, una tecnica di allenamento scorretta, tempi di recupero inadeguati, numero eccessivo di ripetizioni o movimenti aggiuntivi oppure, precedenti lesioni che possono influenzare la biomeccanica.

I fattori interni che possono influenzare la biomeccanica includono la genetica, i picchi di crescita, gli squilibri muscolari, le diverse lunghezze delle gambe (soprattutto nel periodo puberale) e le considerazioni associate alla postura.

Gli atleti che non utilizzano il piede in modo corretto, non avvertiranno necessariamente alcun dolore all'inizio, ma a causa di allenamenti ripetitivi potrebbero essere soggetti a condizioni più gravi o croniche. L'esecuzione di un'analisi delle andature può aiutare a determinare se un atleta ha delle predisposizioni nella meccanica del piede e di conseguenza, supportare carenze o squilibri.

L'espressione "no pain – no gain" non trova più oggi una collocazione specifica. Non riflette i moderni metodi di allenamento, né giustifica le richieste fatte agli atleti di oggi. Il dolore è un segnale di allarme che indica all'atleta la necessità di riposo o di rivalutare il proprio programma di allenamento.

Allenatori e atleti devono riconoscere questi segnali ed essere proattivi su eventuali problemi che si presentano. Un intervento di prevenzione garantisce una corretta progressione ed efficacia dell’allenamento, l’intervento medico/fisioterapico, conviene sempre prima e non dopo aver subito un trauma.

 

All’inizio di questa Olimpiade mi è stato chiesto di commentare le medaglie dell’atletica italiana. Non essendo un commentatore sportivo, ho avuto alcune perplessità anche se il mio commento sarà sicuramente molto diverso da quello dei media che per l’occasione, tra carta stampata e organi di comunicazione, hanno riversato su tutti noi commenti di ogni tipo relativi alle imprese degli atleti italiani, impegnati in tutte le discipline olimpiche e in tutte le specialità dell’atletica leggera.

 

Oggi, terminati i Giochi Olimpici, posso dire che tutto ciò si è puntualmente verificato. Ogni sera bravi giornalisti e alcuni commentatori, hanno contribuito ad esaltare le imprese degli atleti/e che si sono avvicinati o saliti sul podio olimpico, cercando inoltre di commentare, con il contributo degli atleti stessi, vuoi la mancata qualificazione, vuoi l’eliminazione dal turno di gara. Nei primi giorni le riflessioni dei giornalisti si soffermavano sulle prime medaglie, si tracciava il profilo di qualche atleta, si facevano ipotesi su quale consistenza sarebbe stato il “bottino” italiano. Sembrava una Olimpiade come le altre, anche se spesso ci si spingeva a cercare di capire l’anomalia di questa Olimpiade, senza pubblico, spostata di un anno, e con qualche accenno rivolto alle problematiche legate alla pandemia.

Olimpiadi con il maggior numero di medaglie dell’atletica italiana:

Mosca 1980: 3 ori (Pietro Mennea; Sara Simeoni; Maurizio Damilano) – 1 bronzo (4x400 maschi)

Los Angeles 1984: 3 ori (Alberto Cova; Alessandro Andrei; Gabriella Dorio) – 1 argento (Sara Simeoni) – 3 Bronzi (Maurizio Damilano; Sandro Bellucci; Giovanni Evangelisti)

  

Venerdì 30 luglio la prima emozione, qualificazioni del salto in alto con Gian Marco Tamberi, qualche piccolo errore, ma obbiettivo raggiunto con il superamento della misura di 2.28. Si torna in pedana domenica 1° agosto. Sabato 31 luglio, la prima positiva sorpresa, Marcell Jacobs impegnato nelle qualificazioni dei 100 piani, supera il turno e stabilisce il nuovo record italiano con 9”94, supera il turno anche Filippo Tortu con il tempo di 10”10. Si torna in pista domenica per la semifinale. 

La semifinale e la finale sono il preludio di una giornata speciale per i colori italiani. Jacobs si supera due volte, per due volte ritocca il record italiano sui 100 piani, 9”84 in semifinale e un’ora dopo in finale, (prima volta per un atleta italiano) vince l’oro olimpico con 9”80. Pochi istanti prima della fantastica vittoria sui 100 piani, sulla pedana del salto in alto Gianmarco Tamberi, superando la misura di 2.37,  conclude a pari merito  con Mutaz Barshim la gara del salto in alto. Il regolamento prevede lo spareggio oppure oro per entrambi, gli atleti decidono: oro per entrambi. In dieci minuti l’atletica italiana ha cambiato aspetto, quello che stava succedendo in pista era qualcosa di inatteso, imprevedibile. Queste due medaglie non solo coronano il lavoro di due grandi atleti e dei loro tecnici, ma danno, e lo si intuisce subito il giorno successivo, una carica di adrenalina a tutti gli atleti ancora impegnati in gara. Laddove gli atleti/e non raggiungono la finale, stabiliscono nuove migliori prestazioni in ogni specialità. L’atletica italiana a Tokio sta cambiando pelle.

La venti chilometri di marcia segna un nuovo record, tra giovedì e venerdì, prima Massimo Stano e successivamente Antonella Palmisano arrivano al successo olimpico (l’ultima donna a vincere un oro olimpico era stata Gabriella Dorio nei 1500 metri a Los Angeles nel 1984).

 

Curiosità:

Delle 65 medaglie ai giochi olimpici dell’atletica italiana ben 19 (cioè il 29%) arrivano dalla marcia:

10 medaglie d’oro, 1 d’argento e 8 di bronzo

 

Poche ore dopo la splendida vittoria dell’atleta di Mottola, (Taranto) che ha saputo dare venticinque secondi alla seconda arrivata, la colombiana Sandra Arenas, sulla pista dello stadio olimpico di Tokio, l’atletica italiana compie il suo capolavoro, arriva l’oro storico nella staffetta 4x100 maschile. Lorenzo Patta, Marcell Jacobs, Fausto Desalu e Filippo Tortu disegnano un capolavoro, frazioni di corsa con cambi perfetti, veloci ma sicuri, per far in modo che il testimone non rallenti mai e un finale, dopo il terzo cambio, nel quale un ritrovato Filippo Tortu non concede nulla agli avversari anzi, con una fantastica rimonta e con un guizzo finale come solo lui sa fare, si tuffa sul traguardo per superare l’ultimo frazionista di una Inghilterra che già pensava di avere vinto. Un centesimo separa la staffetta italiana dalla seconda classificata, un centesimo che mette l’Italia sul gradino più alto del podio olimpico. Un trionfo, 37”50 non è sintomo di febbre che sta salendo, (si forse anche quello) ma di un successo senza precedenti, che non solo concretizza il lavoro di squadra, ma un momento che valorizza la voglia di rinascere di questa atletica.

Ognuno di questi protagonisti ha una storia, ognuno di loro ha costruito con il proprio tecnico un percorso di crescita che inizialmente si è sviluppato attraverso il settore giovanile e si è concretizzato oggi con il successo Olimpico.

Tutti questi atleti provengono da società di base nelle quali hanno trovato chi, con lungimiranza ne ha inizialmente intuito le potenzialità “il talento” e con l’andare del tempo ha saputo valorizzarne le caratteristiche.

Oggi sono i protagonisti, sono il simbolo della ripartenza, ripartenza dopo un periodo buio dovuto alla pandemia, ma anche ripartenza per un movimento che finalmente riscopre il piacere di vedere il valore di un movimento che in molti pensavano non fosse in grado di concretizzarsi.

 Il bilancio per l’atletica leggera italiana in questa Olimpiade inconsueta, senza pubblico, è da ritenersi senz’altro positivo, mai si era saliti sul gradino più alto del podio nella gara del salto in alto, nei cento piani, così come mai la squadra italiana era riuscita a vincere una staffetta, e per giunta la 4x100. Ora arriva il compito più impegnativo per gli “addetti ai lavori”, gestire e valorizzare, gestire questo patrimonio che abbiamo toccato con mano e che finalmente si è rivelato, valorizzare l’enorme talento che abbiamo scoperto di avere. Non abbiamo alibi. Siamo italiani, siamo anche bravi, ingegnosi, tenaci e disposti al sacrificio, capaci di volare per cento metri, marciare per venti chilometri o saltare l’impossibile, non solo per una medaglia olimpica, ma anche per la quotidianità.

 

Graziano Camellini